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Maddalene e la sua storia
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MADDALENE LA SUA STORIA E I DINTORNI

Il nome del quartiere di Maddalene deriva da un'antica chiesetta esistente ancora prima dell'anno 1000 dedicata a S. Maria Maddalena e posta alle estreme pendici settentrionali del Mons Famulorum (Monticello dei Servi) l'attuale Monte Crocetta.

Annesso alla chiesetta vi era un modesto eremo abitato da monache, forse converse, secondo il Maltese, dedite alla preghiera e alla cura dei malati del contado. Esse, tuttavia dovettero abbandonare questo sito verso il 1300 a causa delle frequenti guerre che rendevano insicuro il luogo.

La loro presenza dette origine alla denominazione del luogo chiamato dapprima "La Maddalena" e sul finire del 1700 "Le Maddalene".

Passato nel frattempo l'eremo e l'attigua chiesetta alle dipendenze dei Benedettini di San Felice, fu definitivamente separato da questa nel 1437, allorché il papa Eugenio IV, il veneziano Gabriele Condulmer, il 10 gennaio dello stesso anno incaricò l'arcidiacono Antonio De Cadiani ad insediarvi i Girolomini del Beato Pietro da Pisa.

Costoro si adoperarono per l'ampliamento della chiesa e del convento, che iniziò ad essere punto di riferimento preciso per l'intera zona conosciuta allora come "Coltura di S. Croce".

Il loro lavoro paziente di recupero anche delle paludose terre circostanti e la trasformazione in fertili campi, favorì l'arrivo di nuovi abitanti in cerca di un lavoro per sfamarsi e soprattutto, la costa da parte di nobili veneziano all'accaparramento di queste fertili terre.

Così al Biron troviamo i Loschi, primi a comprendere l'importanza del risanamento di quei possedimenti, a Maddalene arrivano i Contarini, seguiti dopo un secolo dai Gozi, mentre ad est gli emergenti Beregan ad imperare. A nord, a ridosso del convento, padroneggiano i Bissari.

Ultima famiglia importante a Maddalene, i Marchesini, che a partire dai primi anni del 1700 subentrano nelle proprietà dei Contarini e dei Gozi.

Anche i Cappuccini al loro arrivo a Vicenza scelgono il Monte Crocetta come loro provvisoria dimora, poco lontano dal convento dei Girolimini, a patire dal 1540, vi rimarranno per poco, nel 1565 si trasferiranno nei pressi di S. Croce, restituendo il fondo ottenuto a prestito dai Lonigo, altra nobile famiglia vicentina.

Dopo oltre tre secoli, il 3 settembre 1772, Venezia decreta la soppressione del convento di Maddalene e la contemporanea vendita all'asta dei relativi beni che, ripetuta per ben tre volte, non dà esito positivo.

Allontanati i Girolimini da Maddalene, ma rimaste invendute le loro proprietà, il 9 maggio 1774 don Francesco Ferri, prete veneziano, si offre di acquistare l'intero monastero.

Questa operazione termina dopo oltre vent'anni, quando il 1° giugno 1793, il nobile Antonio Beregan, per aderire alle richieste del fratello del suo gastaldo, Francesco Ramanzin, possidente padovano, subentra nell'acquisto del convento di Maddalene agli eredi di don Francesco Ferri, nel frattempo deceduto.

A compenso del suo interessamento, Antonio Beregan ottiene la chiesa ed una porzione dell'ex convento.

Con un atto pubblico del 29 dicembre 1793 Beregan dona agli abitanti della Coltura di S. Croce quanto convenuto con il Ramanzin, bene che per convenzione, da allora appartiene al Comune di Vicenza.

La Cà Nova al Pian delle Maddalene

Nella vasta campagna racchiusa tra il monte Crocetta e il colle di Monteviale, al confine tra quest'ultimo comune e quello di Vicenza, esiste una via denominata Cà Nova: si tratta della prosecuzione della strada del Pian delle Maddalene e prende il nome dalla grande fattoria che si trova qualche centinaio di metri a destra della omonima via, dopo la centrale elettrica, quasi isolata in mezzo ai campi.

La denominazione indica inequivocabilmente che la costruzione fu eretta ex novo rispetto alle costruzioni esistenti per le mutate esigenze dei proprietari che qui conducevano il fondo agricolo. Ma quando fu costruita?

Proveremo a ricostruire le vicende attraverso la lettura della documentazione consultata in archivi pubblici differenti.

Le prime notizie certe della presenza di questo edificio, o per essere più precisi, della casa colonica, le troviamo nell'estimo della città e territorio di Vicenza del 1655, dove il nobile veneziano Francesco Bertuzzi Contarini, allora proprietario delle campagne oggetto della nostra attenzione, dichiara di possedere tra gli altri beni, una casa separata da canali appresso i suoi confini. Ebbene, questa casa è il primo nucleo della Cà Nova.

Nel 1702, i nuovi proprietari, il conte vicentino Lorenzo Marchesini e soprattutto il nipote Giorgio, subentrandogli verso la metà del secolo nei possedimenti, si attivarono con vigore per migliorare la produttività dei terreni acquisiti. Ne sono testimonianza alcune suppliche (o domande) presentate ai magistrati veneziani nella seconda metà del '700 per ottenere le necessarie autorizzazioni. In alcuni disegni allegati a queste suppliche, tra cui quello eseguito dal perito Stefano Foin il 23 settembre 1767, si vede ben delineata la Cà Nova, che però risulta ancora priva dell'ampio porticato tuttora visibile. Significa che solo in questo decennio, in seguito alle trasformazioni attuate da Giorgio Marchesini, la casa cominciò ad assumere la connotazione attuale. Perchè?

Perchè la nuova costruzione ebbe un ruolo essenziale in particolare per la lavorazione del riso, coltura che il conte Marchesini volle attuare sfruttando al massimo una cinquantina di campi ancora paludosi e quindi scarsamente redditizi.

I risultati ottenuti con la nuova coltura evidentemente dovettero essere soddisfacenti, se è vero che per consentire la completa lavorazione di questo cereale, Giorgio Marchesini ottenne di poter costruire una pila da riso da usare all'occorrenza anche come molino, proprio a ridosso della Cà Nova, sfruttando l'acqua della roggia Barchessadora che allora aveva una portata sicuramente maggiore di quella attuale e circondava da tre lati l'edificio.

Osservando attentamente un secondo disegno, quello dei periti Pietro Antonio Manton e Girolamo Soardi del 12 ottobre 1779 allegato alla supplica per investitura d'acqua che Giorgio Marchesini presentò a Venezia il 20 agosto precedente, si scopre che oltre alla casa colonica e l'annessa costruenda pila da riso, vi è tracciato lo spazio occupato dal grande porticato come ben evidenziato risulta anche il selciato. Questo permette di affermare che nel 1779 la grande barchessa era già stata completata e che, quindi, sia stata costruita nel decennio 1767-1777 per far fronte alle aumentate esigenze di immagazzinaggio del riso, del frumento, del granoturco e del miglio.

L'ampiezza della struttura fa presumere che il conte Marchesini avesse qui creato un centro di raccolta e lavorazione piuttosto importante e che conseguentemente vi lavorassero un numero di addetti al suo soldo alquanto rilevante.

Di questa ampia struttura, ciò che balza subito all'occhio sono le dodici colonne che sorreggono la trave su cui poggia il tetto. Normalmente i tetti dei porticati agricoli erano sostenuti da pilastri quadrati o rettangolari costruiti in mattoni di terracotta, meno costosi e più funzionali alle diverse esigenze collegate all'attività lavorativa agricola.

Le colonne corinzie usate per la realizzazione di questa barchessa, invece, sono in pietra di Vicenza, tutte d'un pezzo, con basamento quadrato e capitello decorato in alto: caso più unico che raro nel panorama multiforme delle barchesse venete.

Molto probabilmente originariamente non furono realizzate per sostenere il tetto di questo porticato agricolo: troppo costose e decisamente inusuali. Da dove provengono allora? Dare una risposta certa è francamente impossibile perchè non esistono documenti consultabili relativi a questa costruzione, tali da frugare ogni dubbio.

Procedendo per ipotesi, va anzitutto analizzata la figura del conte Giorgio Marchesini, nobile vicentino con palazzo in centro città, in contrà Busa S. Michele, la cui famiglia doveva godere di disponibilità finanziarie piuttosto rilevanti dimostrate dall'acquisto fatto delle cospique proprietà terriere dallo zio Lorenzo.

Non desti meraviglia, quindi, che egli abbia sfruttato, negli anni settanta del '700, qualche personaggio nobile fortemente indebitato (era, ahimè, assai frequente in quegli anni prossimi alla caduta della Repubblica di Venezia) non più in grado di far fronte alle spese per pagare qualche architetto e i suoi scalpellini impegnati a realizzare per lui qualche sontuosa dimora chissà dove.

E' solo un'ipotesi, suffragata tuttavia dal fatto che queste colonne sono alte quasi cinque metri e quindi erano state pensate e realizzate per dare eleganza e sontuosità a qualche costruzione patrizia, forse non vicentina: certamente non per un porticato agricolo. Considerata la situazione nel suo complesso, viene facile ipotizzare che il conte Marchesini abbia fatto un vero affare sfruttando le disgrazie altrui.

Non resta che apprezzare l'insolita realizzazione, giunta fino a noi integra ed in stato di conservazion davvero eccellente, grazie anche all'intelligente e curato recupero effettuato dagli attuali proprietari, un ramo della famiglia Dal Martello, divenuti proprietari delle terre e degli edifici rustici che furono del conte Marchesini, sul finire del 1800.

Ferrarotto dr. Gianlorenzo

1) Notizie tratte da Il Convento di S. Maria Maddalena - Uomini e fatti a Maddalene di Vicenza dal 1300 al 1900 di G. Ferrarotto, Egidia Edizioni, Vicenza, 1992

2) Questi disegni sono visibili nel libro citato o consultando il sito www.conventodellamaddalena.org

(ultimo aggiornamento 11.12.2013)

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